Archive | giugno 2013

Articolo tratto da “La Tribuna sammarinese”


Ringrazio il giornalista David Oddone e tutta la redazione del giornale, per aver pubblicato questa mia breve intervista dopo la mia recente visita a San Marino.
Sono stato erroneamente chiamato “Avvocato”, ho chiesto e ottenuto nell’edizione di oggi che ci fosse la rettifica.

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RIFLESSIONE SU ARTICOLO FATTO QUOTIDIANO SU VERBALE SPATUZZA di Claudio Loiodice

Sto leggendo l’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano nel quale viene riassunto in poche righe un verbale di 80 pagine, redatto il 26 giugno del 1998 presso il carcere de L’Aquila  dal compianto Procuratore nazionale antimafia dott. Vigna e dall’allora Sostituto Pietro Grasso, all’epoca ai vertici della DNA. Davanti a loro sedeva Gaspare Spatuzza, non ancora  pentito e già condannato, con sentenza di primo grado, all’ergastolo. Non si trattava di un interrogatorio tipico, cioè con le garanzie di difesa, ma di un “colloquio investigativo” che in quel caso era propedeutico all’inizio di una possibile collaborazione del mafioso, previsto dalla legge come una sorta di “intervista” tendente a spingere alla collaborazione del mafioso e ad acquisire elementi informativi assolutamente inutilizzabili da un punto di vista inquirente se non ribadite e confermate in sede processuale. Mi chiedo quale sia lo scopo di questa pubblicazione di oggi e se esiste un disegno per una campagna denigratoria nei confronti del Presidente Grasso. Come sempre vorrei tentare di rispondere, secondo la mia esperienza, pragmaticamente. Basta leggere le prime pagine del verbale per rendersi conto che i due alti magistrati, esercitando le doverose  prerogative previste dalla legge, ritennero allora di svolgere alcuni colloqui con Spatuzza nell’intento di informarlo sui benefici che la legge prevede per i collaboratori di giustizia. Ovvio che Grasso e Vigna per prima cosa cercavano di valutare la novità e l’importanza delle dichiarazioni di Spatuzza, soprattutto in presenza di altre dichiarazioni già passate al vaglio della magistratura giudicante e diametralmente opposte a quelle cui accennava il detenuto, che ribadiva di non essere intenzionato a collaborare con i magistrati. La cautela era d’obbligo e il fatto stesso che i due magistrati più volte fecero visita al detenuto mafioso, in coppia e non separatamente, è prova dello scrupolo e dell’onestà intellettuale dei due procuratori nazionali e dell’assoluta intenzione di ricercare la verità, anche a costo di sconfessare altre inchieste fatte da loro stessi o da altri colleghi. Del resto, lo strumento del colloquio investigativo serve proprio a questo, a instaurare una sorta di contatto per la collaborazione futura e verificare se ne sussistono i presupposti e le condizioni richieste dalla legge. A poco sarebbe perciò servito un loro eventuale  tentativo omissivo a copertura di chicchessia, dato che poco dopo il carcerato le avrebbe sottoscritte davanti all’Ufficio Inquirente, in caso di formale collaborazione. Nonostante il ripetuto ed assoluto rifiuto di Spatuzza, il Procuratore Vigna prese le opportune iniziative per informare la Procura di Caltanissetta sulle perplessità che potevano emergere dalle dichiarazioni di Scarantino. E’ un dato di fatto che dopo qualche mese, nel settembre 1998, Scarantino ritratterà le sue dichiarazioni accusatorie nei confronti di alcuni imputati dei processi sulla strage di Via d’Amelio sostenendo che gli erano state estorte dagli inquirenti con minacce e vessazioni in carcere. Ma piuttosto che causare una revisione delle precedenti acquisizioni dibattimentali, le ritrattazioni dello Scarantino vennero utilizzate per incriminarlo per calunnia e nel novembre del 2002 verrà condannato a 8 anni di reclusione. Per quanto riguarda il Totò La Barbera che il “Fatto” mette in relazione ai due funzionari di Polizia Arnaldo e Salvatore La Barbera, negli anni 80 e 90 ho più volte collaborato con la Squadra Mobile di Palermo e non ho mai sentito chiamare nessuno dei due Totò: Arnaldo era semplicemente il “Capo” e Salvatore era chiamato da tutti ” u nicu” ovvero il piccolo La Barbera. Peraltro i La Barbera sono una famiglia mafiosa facente capo al defunto Salvatore, che ha retto per decenni il mandamento di Borgo Vecchio, Porta Nuova e Palermo Centro,  ma per essere ancor più concreti basta contare quanti portano quel nome: nella sola Sicilia se ne contano 658, quasi tutti concentrati nella provincia palermitana,  su un totale nazionale di 858. Il perché Piero Grasso non abbia chiesto altre informazioni sul fantomatico manovratore “Toto La Barbera”, sta nel fatto che, a differenza di chi ha scritto l’articolo odierno, conosce la realtà palermitana, sa quanto sia diffuso quel cognome anche tra le famiglie mafiose e infine ritiene che gli approfondimenti investigativi per l’identificazione del soggetto siano di stretta competenza del magistrato inquirente; a lui e a Vigna spettava solo il coordinamento delle varie Procure territorialmente competenti, l’eventuale avvio della collaborazione di Spatuzza e infine quell’impulso informativo per provocare ulteriori indagini che produsse la ritrattazione di Scarantino, che però non poté trovare conferma in dichiarazioni legalmente acquisite di Spatuzza e di altri collaboratori. Se vi fosse stato intento di “depistaggio” o copertura del “depistaggio” credo che i due alti Magistrati avrebbero avuto altri mezzi a disposizione, primo fra tutti quell’elemento psicologico, che può condizionare la decisione del collaboratore: sarebbe bastato sostenere che non c’erano speranze, in quanto, in previsione di un  ergastolo  passato in giudicato, non avrebbero potuto concedergli nulla. Bastava non far riferimento, come invece intelligentemente fece il Presidente Grasso, agli affetti familiari; da siciliano a siciliano, gli fece  presente di quanto sia importante mantenere la patria podestà, continuare a seguire i figli nella loro crescita, o ancora, abbandonare quella famiglia effimera che è la mafia, che aveva abbandonato Spatuzza dopo averlo sfruttato come soldato assassino e stragista. Allora? qualcuno ha ancora dubbi sull’onestà professionale e intellettuale di Piero Grasso e del “maestro” Pier Luigi Vigna? Io no e sono qui a gridarlo senza demagogia e con la schiena dritta. Se fosse ancora vivo il nonno Nino, state pur certi che ne avrebbe “cantate quattro” a chi tenta di minare l’onorabilità di onesti servitori dello Stato. Claudio Loiodice Rappresentative UK Fondazione Caponnetto Londra

INCONTRO A SAN MARINO

Incontro a San Marino (Claudio Loiodice,Giovanni Domenica Ricciardi)

Mercoledì ho incontrato il collega referente della Fondazione Caponnetto sammarinese Gianni Ricciardi  a San Marino per mettere a punto l’Omcom sul territorio della Repubblica.

La Fondazione Antonino Caponnetto è sempre pronta a dare il proprio contributo a favore della legalità!

Riflessioni su “Don Panino”

Come tutti, noi italiani onesti e innamorati della nostra italianità, anch’io mi sono indignato per quello che ho letto.
Come sempre faccio, quasi a scopo terapeutico, per limitare l’eccesso di adrenalina che mi scorre nel sangue in queste occasioni, ho preso il telefono e di buon mattino ho telefonato al mio terapeuta, Salvatore Calleri.
Il Presidente Calleri è divenuto in questi anni il mio “punching ball” sul quale sfogo la mia rabbia, dopodiché rientro in me e ridivento razionale e pragmatico, allora mi sono detto : “dobbiamo reagire”.
Esiste una spiegazione?
Molte volte abbiamo assistito a campagne di delegittimazione e di denigrazione oltraggiosa al sentimento nazionale, specie a ridosso della stagione turistica estiva.
Visto dall’esterno e abbandonando l’emotività che mi aveva assalito al momento, ho cercato di analizzare quale fosse l’obiettivo strategico del  marketing intrapreso dall’ideatore della iniziativa.
Pensare che possa essere stato partorito dall’ignoranza, potrebbe probabilmente trarci in inganno, anche se non andrebbe escluso a priori.
Per capire le finalità di una così oscena iniziativa imprenditoriale, bisognerebbe capire chi c’è dietro: potrebbero essere soggetti provenienti da strati sub culturali all’interno dei quali i valori sono rovesciati; potrebbero celarsi imprenditori astuti, che da questa iniziativa speravano di ottenere una virulenta propagazione mediatica, come è di fatto accaduto, e quindi  di poter poi “vendere” il loro prodotto in determinate aree, dove prevale la medesima condivisione di valori alterati; oppure si può essere in presenza di un tentativo pubblicitario che ha prodotto l’effetto contrario.
Per questo motivo, per vederci chiaro, abbiamo intenzione di  ordinare una ricerca commerciale.
Perché bisogna reagire?
Siamo abituati a considerare i sentimenti nazionali astratti, che sì ci appartengono, ma crediamo che la loro difesa appartenga a qualcun altro, di fatto, per un concetto filosofico, quell’altro siamo noi stessi. A differenza delle imprese, che sanno bene quanto vale l’immagine e per questo la tutelano come un bene finanziario ben superiore al bene strumentale, la collettività molte volte risulta distratta.
Ponendo l’ipotesi che questa scellerata  iniziativa avesse provocato un danno d’immagine ad una multinazionale, sono certo che dopo poche ore un esercito di agguerriti e ben pagati avvocati, si sarebbero presentati presso il tribunale di Vienna esigendo e probabilmente ottenendo la testa del “paninaro”.
 Se vogliamo mettere da parte l’aspetto sentimentale, di quel sentimento che ci porta a ricordare, a commemorare e ad amare tutte quelle persone che sono cadute per mano di luridi criminali,  dobbiamo puntare sull’aspetto materiale, cioè salvaguardare l’immagine dell’Italia.
Bisogna ribadire con voce ferma e convinta  che gli italiani non hanno come stile quello presentarsi con la coppola, una pistola e una funesta cassa; 60 milioni di italiani hanno altri titoli per i quali fregiarsi, dalla moda alla ristorazione, passando alle scienze ed arrivando al nostro enorme patrimonio culturale.
I marchi dell’italianità debbono essere i nostri monumenti, i nostri mari e l’infinito fantastico paesaggio, ogni altra alterazione deve essere bloccata e censurata.
Immaginiamo che in Italia nasca una pasticceria viennese, e che come pubblicità adottasse questa:
“Sacher Torte Adolf Hitler, gasata Rabbino Auschwitz”
La reazione degli austriaci e dei tedeschi, oltre che degli ebrei, sarebbe spropositata, allora mi chiedo: perché nessuno si è accorto prima di quell’insegna pubblicitaria, di quel sito internet? Possibile che nessun italiano che lavora a Vienna, compresi i nostri funzionari lì distaccati, non si siano accorti di quella “pubblicità infame” attiva dal 2009? Chi doveva vigilare, dare la licenza per attaccare l’insegna per quale motivo l’ha concessa? Potete dirmi che chi ha dato la licenza non comprendeva l’italiano, e allora, se domani si presentasse un afgano che pretende di aprire un kebab e in arabo scrivesse “viva Osama Bin Laden”, verrebbe autorizzato? No, non credo proprio. Può darsi che qualcuno cerchi di identificarci come un popolo di mafiosi, oltraggiando ancor più la memoria dei nostri eroi.
Quali sono gli strumenti che abbiamo a disposizione?
 Primo fra tutti, la responsabilità civile relativa al danno d’immagine, ma non dobbiamo sottovalutare la possibilità di attaccare quell’arrogante imprenditore negli ambienti che la rete web ci mette a disposizione.
In conclusione, con l’appoggio di chiunque si sente leso, inizieremo per prima cosa a conoscere il nostro avversario per poi intraprendere tutte le iniziative giudiziarie e mediatiche utili come monito verso probabili ed analoghi lestofanti.
   

 Resto in attesa di adesioni.

Convegno Nazionale ANS

Convegno Nazionale ANS

Il prossimo 13 giugno presso la Facoltà di Scienze Politiche, Sogiologia e Comunicazione di Roma  si terrà  il convegno nazionale dell’ ANS (associazione nazionale sociologi). Insieme a tanti altri miei stimati colleghi, cercheremo di approfondire il tema proposto quest’anno: “DEVIANZA E CRIMINALITA’ IN TEMPO DI CRISI”.

(http://www.ans-sociologi.it/word/notlast.pdf)