Archive | settembre 2013

Mokhtar Ablyazov un interessante caso di filosofia politica e di relazioni politiche internazionali

 

Mokhtar Ablyazov
 
un interessante caso di filosofia politica e di relazioni politiche internazionali
 
 
Questo vuole essere il mio modesto contributo, sollecitatomi dalla sig.ra Bronislava Zubareva, un’appassionata sostenitrice dell’innocenza di Mr. Ablyazov, al tentativo di comprensione della vicenda oramai conosciuta in Italia come “il caso kazako”.
 
Debbo alla signora il possesso di alcuni documenti che, seppur pubblici, difficilmente avrei potuto visionare.
 
Ho quindi cominciato con leggere il documento programmatico di ” Scelta Democratica del Kazakistan” e mi sono convinto sempre più che si tratta di un complesso caso politico, che nulla ha a che vedere con presunte azioni rilevanti sotto il profilo criminale.
 
Dall’analisi del documento sono emersi elementi che evidenziano una sapiente idea di riorganizzazione dello Stato, improntata su ideali democratici di concezione moderna e progressista, che mirano ad un allargamento della partecipazione del popolo alle scelte politiche ed amministrative del paese.
 
La suddivisione dei ruoli statuari, una più raffinata ed efficace organizzazione dei Governi locali, uniti a principi di lotta alla corruzione e snellimento delle procedure burocratiche, secondo il programma, avrebbero aiutato il Kazakistan a trasformarsi per meglio affrontare le sfide dovute al cambiamento delle condizioni economiche, scaturite anche dalle recenti scoperte di enormi risorse energetiche possedute dal Kazakistan. 
 
La scelta di Ablyazov di affrontare il cambiamento, ponendosi come interlocutore politico antagonista al potere, secondo una ricostruzione storica degli eventi, avrebbe portato lo stesso a passare, da potente uomo politico e d’affari, a nemico accusato di gravissimi crimini contro le finanze del popolo e addirittura finanziatore e fomentatore di atti terroristici.
 
L’impossibilità di valutare gli atti d’accusa, i quali appaiono viziati da “fumus persecutionis”, rende inutilizzabili, almeno in fase di giudizio filosofico e non pragmatico/giuridico, quelli che potrebbero essere gli indizi accusatori prodotti dalle autorità e che, in un altro contesto, avrebbero potuto avere una valenza da “fumus commissi delicti”.
 
Il riciclaggio è un gravissimo crimine che ha valenza strategica, in quanto capace di alterare gli equilibri nella concorrenza del mercato; nel caso di riciclaggio internazionale, l’influenza negativa di capitali illecitamente acquisiti, può minare l’assetto stesso delle consuetudini commerciali e le relazioni tra le entità nazionali. 
 
Esso va quindi combattuto, ma questo deve essere fatto con regole certe, riconosciute ed approvate dalla comunità internazionale, mediante accordi specifici e soprattutto mediante valutazioni serene delle condizioni sociopolitiche del paese al quale si fa riferimento.
 
Contrariamente, come cercherò di argomentare in questa analisi, non esiste una codificata valutazione di merito, ovvero sui fatti e le condizioni di fatto, ma unicamente su procedure generiche.
 
Gli accordi che regolano i rapporti internazionali giudiziari e di polizia non possono essere di carattere perpetuo, la globalizzazione dei sistemi non lo consente più, essi invece debbono essere soggetti a costanti revisioni, durante le quali si deve tener conto dei mutamenti geopolitici, delle dinamiche di politica interna, dello spostamento dell’asse di posizioni di monopolio e di controllo delle risorse economiche, energetiche, alimentari e produttive, che compongono il moderno arsenale deterrente delle potenze economiche. 
 
Ed è per questo che le accuse portate verso il dissidente Kazako debbono essere valutate, più che in chiave giuridica, in ambito filosofico e in senso etico.
 
Nessun giudizio sanzionatorio potrà essere considerato sereno se non prima di aver accertato che il promotore dell’azione sanzionatoria, cioè lo Stato, abbia agito senza fini preconcettualmente persecutori, viziati da conflitto d’interesse tendenti al mantenimento del potere acquisto, ovvero fuori da logiche di correttezza etica.
 
Poniamo ad esempio i numerosissimi casi dei regimi nord africani i cui vertici si alternano, ovviamente senza un passaggio democratico, alla guida del paese.
 
Gli ordini di arresto eventualmente emessi da quel determinato regime, durante il controllo molto spesso temporaneo dell’amministrazione della giustizia, possono essere ritenuti eseguibili, in quanto emanati da uno Stato che fa parte della comunità delle nazioni, in virtù di accordi validi.
 
Ipoteticamente, gli accordi potrebbero essere stati sottoscritti dai precedenti governanti, che in astratto potrebbero trovarsi nelle condizioni di essere loro stessi colpiti da provvedimenti restrittivi assunti dai loro antagonisti, o meglio nemici,  al potere in un determinato momento storico.
 
In un contesto globalizzato come quello attuale, una volta innescata la procedura amministrativa, che scaturisce durante o al termine dell’iter giudiziario, come ad esempio la richiesta di arresto internazionale, ovvero la procedura di assistenza giudiziaria, l’iter, essendo basato su accordi sottoscritti, difficilmente potrà arrestarsi.
 
Nel caso specifico della richiesta di assistenza giudiziaria proposta dal Kazakistan alla Gran Bretagna, è accaduto che, essendo il paese ricevente obbligato ad aprire un procedimento di verifica, l’Alta Corte di Londra ha dovuto sottoporre a procedimento Ablyazov, il quale si è trovato a dover rispondere alle legittime domande dei giudici britannici.
 
La sentenza di condanna emessa dall’Alta Corte di Londra è quindi la conseguenza del doveroso accoglimento, almeno secondo gli accordi in corso di validità, della richiesta di assistenza proveniente da altri paesi.
 
Il giudice, nonostante l’appassionata difesa di Mr. Ablyazov, che ho avuto modo di leggere, durante la quale quest’ultimo ha potuto  esporre le sue motivazioni politiche, non ha potuto esimersi da domandare all’interessato l’origine dei suoi capitali. 
 
Esiste una specifica normativa europea, recepita nel 2006 anche dalla Gran Bretagna, che obbliga ogni soggetto a dimostrare l’origine dei suoi possedimenti, a pena di incorrere in una indagine con l’accusa di riciclaggio. 
 
Questo è uno scoglio insormontabile almeno sotto il profilo giuridico/sostanziale, Ablyazov aveva il dovere giuridico di rispondere alla legittima domanda del giudice, il problema sta invece a monte: la revisione politica delle relazioni internazionali non avrebbe dovuto consentire che, a seguito di accordi discutibili sotto il profilo etico e di filosofia politica, scaturisse l’obbligo del magistrato londinese a formulare la domanda alla quale Ablyazov non può dare risposta e, ritenendosi in diritto di farlo, giustamente, si è astenuto.
 
Tale ragionamento, mi rendo conto contorto, può trovare un senso unicamente partendo da concetti platonici di comprensione del diritto e delle regole democratiche.
 
Se da un lato è necessario garantire il sereno svolgimento dell’azione giudiziaria, nondimeno sarà necessario garantire la giustezza dei comportamenti etici, che stanno a monte del concetto stesso della giustizia e dai quali essa deve senza dubbio scaturire.
 
Per spiegarlo dobbiamo far ricorso a concetti filosofici che hanno origine in ambienti culturali incubatori della democrazia.
 
Il problema fondamentale che interviene nel corso di ragionamenti della filosofia politica è il concetto del rapporto tra l’ agire politico e l’ agire morale.
 
Le azioni dell’uomo, riconosciute moralmente giuste, a volte non corrispondono ad azioni politicamente valide e viceversa ( Macchiavelli).
 
Il perché sta nella differenza sostanziale tra l’agire della politica, che si manifesta nell’uso del potere e l’azione moralmente valida, che invece si materializza in riferimento ad un “sentire comune”, il quale si basa su principi riconosciuti come moralmente giusti dalla collettività.
 
Secondo Macchiavelli, l’essere umano è antropologicamente contorto, controverso: da un lato è alla costante ricerca di securitas, di assicurarsi serenità, di non crearsi problemi, dall’altro è totalmente incline alla cupidigia, alla spasmodica ricerca di agiatezza e di ricchezza.
 
I due concetti sono evidentemente opponenti, l’antitesi l’uno dell’altro, comunque convivono nell’animo umano, ovviamente in senso generale.
 
E’ quindi ovvio che ricercando cupidigia inevitabilmente si rendono più labili i confini entro i quali l’individuo ottiene la securitas tanto istintivamente sospirata.  
 
La politica persegue con ogni mezzo, anche bestiale, il suo fine; non è detto che questo debba essere un fine malvagio, né tantomeno che il politico debba essere complice dei comportamenti pericolosi di colui che cupidamente cerca la ricchezza, ma solamente che è disposto a tutto, proprio a tutto, affinché il fine venga raggiunto ed è quindi pronto ad approfittare di tutte le situazioni che si sono venute a creare e che sono state create dagli uomini, che, come sosteneva Aristotele, sono animali sociali e sociologici. 
 
Ecco perché la politica, ovvero il politico, potrebbe essere portato a sacrificare l’azione moralmente valida per perseguire un fine politico.
 
Nel contesto di mutamento delle valenze geopolitiche è quindi possibile che si sia verificato e che continui a verificarsi una sorta di cessione di moralità a favore della cupidigia, rappresentata in quest’epoca più che mai nella ricchezza derivante dallo sfruttamento delle risorse energetiche, concetto che in questo caso corrisponde anche alla questione sicurezza.
 
Riportando in sintesi il ragionamento al teatro che stiamo trattando: la manifestazione politica si è materializzata attraverso l’esercizio del potere correttamente posto dal magistrato, il quale diventa lo strumento politico allorquando applica doverosamente un provvedimento politico. 
 
Per canto suo, il soggetto inquisito, ovvero Ablyazov, ha mantenuto una azione a suo parere moralmente valida, in quanto sostenuta dal consenso di buona parte della collettività alla quale appartiene, anche se discutibile secondo i suoi oppositori politici.
 
Ed è qui che le due ideologie collidono e nello stesso tempo coincidono, anche l’azione di Mr. Ablyazov è politica, persegue il suo fine, dal suo punto di vista legittimo, utilizzando qualsiasi mezzo, per questo la sua vicenda non può avere risoluzione in ambito di esecuzione politica, ovvero giudiziaria, ma deve necessariamente trovare soluzione filosofica, in considerazione di ragioni, progetti e idee che vanno valutati nella loro complessità politica.
 
Si deve tener conto che la soluzione filosofica politica non dovrà però essere profetica, ovvero disarmata, ma deve poter considerare l’utilizzo dell’arte della guerra, cioè può utilizzare o avrà potuto utilizzare metodologie leonine e scaltre; questo vale ovviamente per entrambi le parti politiche opponenti
 
Il senso sta quindi nel poter giudicare serenamente se Mr. Ablyazov, nel corso del suo mandato di amministratore pubblico o di finanziere, abbia potuto appropriarsi di risorse che non gli appartenevano.
 
Le premesse per una valutazione univoca sono labili se si pensa che Ablyazov venne arrestato subito dopo la presentazione del suo programma politico di opposizione, con l’accusa di aver utilizzato impropriamente il suo telefono ministeriale e per questo condannato, arrestato e torturato.
 
Chi può stabilire inoltre se le sue risorse economiche provengono o meno dal risultato delle sue legittime imprese, ovvero da indebite appropriazioni?
 
Non sarà possibile accertare l’esattezza delle accuse o la legittimità delle premesse difensive, fin quanto non sarà possibile da parte della comunità internazionale verificare i processi delle governance statali. 
 
Il solo fatto che in Kazakhistan non esiste alternanza o legittima opposizione politica, praticamente dalla nascita dell’autonomia statale, pone seri dubbi sulla genuinità dei processi giudiziari attivati contro l’oppositore politico. 
 
Di casi simili se ne contano moltissimi specie nella galassia di imprenditori nati dalle ceneri dell’ex Unione Sovietica, ma un dato è certo: i guai di Abluazov cominciano solo quando si oppone allo strapotere del suo ex leader, ritenendo dannosa la sua permanenza perpetua alla guida del paese, verso il quale si registrano molte voci di accusa di accentramento del potere e di posizioni dominanti.
 
Recentemente l’ex nuora di Nazarbayev è stata accusata dal suo stesso marito di aver speso solamente in gioielli la ragguardevole cifra di 86 milioni di dollari.
 
Credo che sarà difficile per la signora poter giustificare la purezza delle risorse economiche dalle quali ha attinto, quindi si presume che le finanze pubbliche del Kazakistan possano essere considerate quantomeno allegre.
 
Nondimeno sarà difficile confidare sulla giustezza di provvedimenti restrittivi emessi da un potere inalterato nel tempo e quindi evidentemente gravoso del legittimo sospetto di parzialità.
 
Dopo la doverosa premessa, vale la pena sintetizzare gli argomenti per darne un filo logico:
 
Mr. Ablyazov, da Ministro dell’Economia e fondatore di una delle più importanti banche del suo paese, nel 2001 si avvede della necessità di una riforma strutturale dello stato, a suo parere carente sotto il profilo amministrativo e viziato da inquinamento corruttivo.
 
Dobbiamo ricordare che il Kazakistan raggiunse l’indipendenza dall’Unione sovietica il 25 ottobre 1991, ma, nonostante ciò, sin da allora a reggere le sorti della Nazione resta unicamente l’ex leader del partito comunista filosovietico Nazarbayev, assistito da un entourage di carattere soprattutto familiare.
 
Ablyazov viene quindi arrestato con una ridicola accusa e, secondo fonti internazionali, imprigionato e torturato. 
 
Ottiene il perdono del Presidente con la promessa di abbandonare la vita politica, quindi si sposta a Mosca dove implementa il suo business bancario fino al 2008, quando a causa della crisi internazionale subisce un default e la sua banca viene di fatto nazionalizzata.
 
Decide quindi di fuggire a Londra, dove solo nel 2011 ottiene per sé e per la sua famiglia asilo politico.
 
Nel frattempo la Gran Bretagna attiva una procedura internazionale su richiesta di alcune banche che si ritengono frodate e interroga Ablyazov per conoscere le origini dei suoi fondi.
 
Ablyazov si rifiuta di rispondere e viene condannato a 22 mesi di prigione per oltraggio alla Corte.
 
Questo non significa che si è potuto accertare l’appropriazione indebita e il relativo riciclaggio, per la cui accusa sarà necessario valutare le prove qualificate, che, a mio parere, sono difficili da ottenere in maniera oggettivamente valida.
 
Temendo per la sua vita e per quella dalla sua famiglia fugge ancora una volta e raggiunge la Francia dove viene arrestato per ragioni extradizionali e viene posto a disposizione della magistratura, la quale si pronuncia estendendo la custodia in carcere per proteggere lo stesso Ablyazov che, secondo i giudici, rimanendo libero, correrebbe un grave pericolo.
 
A tutti è evidente la contraddizione della decisione del giudice francese, il quale certifica il pericolo per la sicurezza personale del sig. Ablyazov, pericolo che può giungere evidentemente a causa della sua opposizione politica, mentre il potere politico non si pronuncia come dovrebbe sulla concessione della protezione e pertanto sull’annullamento delle accuse prodotte evidentemente a scopo politico. 
 
Vale la pena ancora ricordare la vergognosa vicenda che ha visto coinvolta la moglie di Ablyazov, Alma Shalabayeva e la loro piccola creatura Alua Ablyazova.
 
L’Italia, violando tramite i suoi funzionari leggi e procedure, accettando una indebita e prepotente ingerenza da parte delle autorità diplomatiche kazake, consentono la deportazione delle due familiari del dissidente.
 
In conclusione, tutto questo trova un’unica spiegazione nella cessione di parte della sovranità, geografica, culturale e politica, per pura cupidigia a dimostrazione che i solo confini dettati dalla globalizzazione, non sono fisici, antropologici, culturali, religiosi, ma unicamente economici; chi detiene il potere economico detta i limiti, gli spazi, entro i quali si possono esercitare le libertà. 
 
A mio parere è questo il concetto sbagliato della globalizzazione che dobbiamo in ogni modo contrastare; dobbiamo ridare dignità al popolo e bilanciare le azioni politiche dando più peso ai temi etici e meno agli interessi di potere.
 
Questo risultato potrà ottenersi unicamente consentendo a tutti i popoli di potersi autodeterminate, aiutando quelli più democraticamente deboli a trovare l’equilibro necessario e a meglio distribuire risorse e potere.
 
Credo infine che al gruppo politico capeggiato da Ablyazov debba essere consentito di esprimersi pubblicamente e di competere per raggiungere con il suo messaggio il popolo, senza alcuna limitazione. 
 
Per questo Mokhtar Ablyazov deve ottenere asilo politico e alla sua famiglia deve essere data piena libertà di movimento.        
 
 
Claudio Loiodice
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