Archive | dicembre 2013

Lettera aperta al mio amico Senatore Mario Michele Giarrusso

Caro Mario, ho letto la tua appassionata presa di posizione a favore di quegli uomini e donne che, a differenza di noi, fanno l’antimafia in prima linea.
Un’antimafia priva di demagogia: ogni giorno sulle strade, nelle aule di tribunale con quelli che respirano la paura.

Io l’ho respirata e respiravo la paura che allora i miei figli piccoli non percepivano.

Ognuno di noi deve fare la sua parte e tu la stai facendo egregiamente nelle commissioni parlamentari e tra i banchi del Senato dove meritatamente siedi, ma, caro amico, l’antimafia non ha colore politico, ha un’unica bandiera, quella del popolo, quella incolore, apartitica, quella del comune sentimento della legalità.

Le tue affermazioni, condivisibili in ogni loro parte, se fatte a nome della forza politica che rappresenti, suonano come un colpo di una pistola con tappo di sughero, sai cos’è, quelli della nostra età la conoscono bene.

Il colpo che sparavamo era innocuo e per giunta il tappo di sughero tornava indietro perché ancorato alla pistola di plastica; gli indiani non avevano nulla da temere.

Come alquanto spuntati e inutili possono essere i proclami di iniziative legislative che, sai bene, non potranno essere approvate unicamente dalla tua forza politica, minoritaria e debbo dire, come meglio appresso espliciterò, composta da soggetti che, a differenza tua, si trovano su quei banchi grazie a qualche click postato sul web.

Come tu ben sai, iniziative a sostegno delle forze dell’ordine e della Magistratura, sono state mosse da molti nostri amici, fuori e dentro le istituzioni.

Mario, serve collegialità, serve dare voce alla lotta, ma questa voce non può emanare alito politico.

Per quanto riguarda il gruppo politico al quale appartieni, ti chiedo, conoscendo il tuo spirito coriacee ma anche la tua capacità di riflessione dialettica, se quei soggetti che hanno inscenato quella “piazzata” a Montecitorio, ti sembrano capaci di incarnare la nuova classe politica o, come penso io, non sono altro che altezzosi avventori di bar.

Come potete assicurare al Paese, con quei “ragazzini”, la guida del Governo che tanto reclamate?

Io non mi sento tranquillo dopo aver visto le facce non certo rassicuranti di quei soggetti che a mio parere, senza nessuna cultura politica e totale assenza di educazione dialettica, si agitavano inutilmente tra i banchi della Camera, ignorando che il loro contributo dovrebbe essere posto nel rispetto delle regole e con l’apporto di saggezza; ma credo che a loro questa manchi.

Con stima.

Claudio

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Prato e la fine dell’industria familiare – L’egoistica ignoranza degli imprenditori italiani

Prato e la fine dell’industria familiare – L’egoistica ignoranza degli imprenditori italiani di Claudio Loiodice (versione pdf)

Era il 1993, se non erro il 17 febbraio, in un fossato a ridosso dell’autostrada Torino Savona, venne rinvenuto il corpo di un cinese, aveva un bel buco sulla fronte.

All’epoca coordinavo la squadra investigativa di contrasto alla criminalità estera.

Al briefing mattutino trattammo il caso e venni delegato per la conduzione delle indagini.

Si partiva da un cinese, con l’orologio al polso che segnava l’ora della presumibile morte. Ripercorremmo il tragitto che portava a quel dirupo di Roccavigliale, mi imbattei in quel complesso argomento che è l’immigrazione, che mi avrebbe cambiato la vita e che avrebbe reindirizzato i miei studi.

L’uomo faceva parte di una organizzazione che si occupava di viaggi di clandestini, ne era parte e complice ed aveva inserito nel gruppo di viaggiatori per il quale era responsabile sua nipote, figlia di uno dei suoi fratelli; quella ragazzina, scovata in un laboratorio clandestino, divenne poi parte della mia famiglia, crebbe fino alla maggiore età insieme ai miei figli.

Parlando di questi argomenti non posso fare a meno di rivolgere un affettuoso pensiero al mio capo d’allora, il suo ricordo fortunatamente non mi abbandona, ma la sua presenza mi manca. Aldo Faraoni, il mio capo, e Anna Maria Loreto, il Pubblico Ministero, ebbero il coraggio di concedermi ampia facoltà d’iniziativa; i risultati dettero noi ragione.

Individuato il movente, raccolte le prove, recuperati una cinquantina di clandestini e, per la prima volta, forse l’ultima, convinto a collaborare due architrave del traffico di immigrati, si trattava di individuare ed arrestare gli assassini.

La ricerca ci indirizzava a Prato, alla sua periferia, a quell’ hinterland fiorentino di Montemurlo, San Donnino, Campi Bisenzio.

Un polo manifatturiero che aveva fatto dell’eleganza, della qualità e dello stile il suo marchio.

I familiari dell’assassino, che poi fu da me catturato ad Utrecht, gestivano un complesso di aziende proprio in quei capannoni che in questi giorni l’Italia osserva sbigottita, meravigliata; quei capannoni trappole di morte, quella morte che ha avvolto sconosciuti moderni schiavi.

Prima di ogni intervento, come solitamente facevo, come avevo fatto in Calabria, in Sicilia o i altre parti del mondo, avevo l’abitudine di soggiornare sul posto, anche per tempo.

Era necessario per me annusare l’ambiente, nel frattempo svolgevo i miei accertamenti, comune per comune, quartiere per quartiere, solo, mi piaceva state da solo, non dare nell’occhio.

Il sindaco di Montemurlo mi consigliò di rivolgermi al più esperto dei vigili urbani, Fausto, con il quale instaurammo immediatamente un feeling eccezionale.

Dalla stupenda collina della Rocca, dalla terrazza di un bellissimo ristorante, Fausto mi illustrava il territorio, mi parlava della sua gente, dell’industria familiare che nel corso dei decenni si era consolidata.

Era lì il polo tessile industriale più importante del mondo, insieme a Biella.

Fausto mi parlava di intere famiglie, filiere della moda italiana. Prima dell’arrivo in massa dei cinesi, tutti lavoravano. Ogni famiglia si era specializzata in un dato dettaglio specifico della manifattura. Un capo d’abbigliamento passava da casa a casa: il taglio, le cuciture, gli orli, i ricami, le asole, i bottini. Ogni famiglia era un impresa, produceva e formava, pagava le tasse e contribuiva allo sviluppo dell’area.

Lungi da me essere contrario ai fenomeni migratori, ma quando essi investono in maniera disordinata un territorio producono, loro malgrado, effetti demografici ed economici disastrosi.

L’arrivo in massa di cinesi, provenienti prevalentemente dalla regione dello Zhejiang, a forte vocazione manifatturiera, anche se la maggioranza della popolazione migrante ha radici agricole, sconvolse l’assetto economico della zona di Prato.

Alle aziende italiane non conviene assumere direttamente immigrati, troppi problemi gestionali, burocratici e amministrativi, meglio concedere in outsourcing, dare in sub appalto le confezioni di abbigliamento, la filatura dei tessuti, la lavorazione del pellame.

I costi della produzione si ridussero fino ad arrivare al 90%, ciò non accadde per i prezzi al consumo, producendo quindi un effetto speculativo a beneficio unicamente del committente; d’altro canto e per effetto del calo delle commesse destinate alle imprese familiari autoctone, si assistette ad un effetto domino: l’aumento della disoccupazione locale, la chiusura delle micro imprese locali e la conseguente riduzione del gettito fiscale, in sintesi, il repentino deperimento socioeconomico della comunità pratese e dei paesi limitrofi.

Fausto, il vigile di Montemurlo, mi condusse dapprima ad intervistare le imprese gestite da italiani e successivamente a visitare con una scusa, lui conosceva capillarmente il territorio, anche le aziende cinesi che in maniera virale si stavano insediando sul territorio erodendo lavoro.

La concessione delle commesse alle aziende gestite dai cinesi non centrava nulla con il libero mercato e la libera concorrenza, in quanto gli standard di qualità e il rispetto delle norme che regolano il lavoro erano nettamente inferiori in quelle realtà di recente insediamento.

Dopo aver ottenuto un quadro abbastanza completo della situazione, in coordinamento con l’allora Commissariato di Prato e con la Questura di Firenze, eseguendo la delega d’indagine della DDA di Torino, eseguimmo una serie di controlli, i primi di quella portata e quella intensità.

Lo scopo era quello di rintracciare i clandestini che erano arrivati in Italia grazie all’organizzazione criminale della quale facevano parte sia la vittima sia gli assassini, raccogliere testimonianze ed elementi probatori e, non per ultimo, tentare di catturare i componenti della banda.

Eravamo facilitati dal fatto che i due collaboratori di giustizia e alcuni testimoni, come la minore che mi venne affidata, stavano iniziando a snocciolare fatti e circostanze per noi inedite.

In pochi giorni mettemmo a soqquadro l’intero hinterland fiorentino e, per la prima volta, dove trovavamo a lavorare clandestini, procedevamo ad arrestare il maggior numero di persone possibile, tutti coloro che a vario titolo gestivano lo sfruttamento della manodopera clandestina e, cosa inedita per i tempi, sequestravamo macchinari e locali adibiti a laboratorio.

Le conseguenze non si fecero attendere, ricordo che l’allora Procuratore della Repubblica competente per il territorio e il defunto dirigente del Commissariato tentarono di opporsi, non sugli arresti, data la loro obbligatorietà, ma sui sequestri.

Il dirigente in particolare mi disse chiaramente che aveva ricevuto diverse lamentele da parte delle associazioni d’impresa. Quell’azione così massiccia aveva rallentato le consegne della merce che rischiava di andare definitivamente perduta.

A lamentarsi erano quegli ottusi grandi imprenditori della moda che pur di aumentare il loro profitto stavano uccidendo il territorio, rendendosi complici di soprusi e prevaricazioni schiavistiche.
Il Dirigente era un bravo uomo, gentile,ma non si aspettava di affrontare una situazione così difficile al termine della sua carriera e seppi dopo della sua vita.

Sostenuto dalla Procura di Torino e in particolare dalla Dott.sa Loreto e dal Procuratore Maddalena, imposi la mia linea e produssi i verbali di sequestro, invitando il mio superiore del posto a valutarlo e nel caso, se l’avesse ritenuto privo di fondamento, assumendone le responsabilità, avrebbe potuto censuralo. Stessa discussione ebbi con il Magistrato del posto che invitai senza mezzi termini a non convalidarlo, se riteneva di farlo, puntualizzando che avevo già trasmesso copia del mio rapporto alla Procura che mi aveva delegato.
Ovviamente nessuno si assunse la responsabilità ma in città il clima era pensante.

Spiegai ad alcuni imprenditori che mi fecero incontrare della temporaneità dei profitti e delle enormi responsabilità, anche penali, che si assumevano consentendo lo sfruttamento, la schiavitù, alla quale erano sottoposti centinaia di giovani cinesi.

La mia indagine risale a 20 anni fa, ma guardando le immagini di questi giorni, di quei poveri lavoratori bruciati nei loro loculi, mi sembra ieri.

Mi domando il perché non si sia intervenuto nel corso di questi anni; la mia indagine si concluse e io venni destinato ad altri incarichi, ma la Procura del posto era stata messa a conoscenza del fenomeno dai miei svariati rapporti, da miei arresti, dai sequestri, dai clandestini scovati.

Perché non si è intervenuto sul reato fine, ovvero su coloro che lucrano vergognosamente su profitto?

Perché non si è mai pensato di chiamare a rispondere i committenti, anche come responsabilità oggettiva, ovvero responsabilità penale delle persone giuridiche (ex 231)?

Perché non sono state controllate le agibilità dei locali prima di concedere le autorizzazioni? La ASL dov’era?

Sentivo i numeri delle imprese cinesi del settore, dei capannoni da loro occupati, migliaia: oggi sono migliaia perché quando erano decine non si è fatto nulla per emarginare il problema.

La domanda finale è una sola: a chi faceva e fa comodo che si tolleri una simile vergognosa situazione?

La risposta è semplice, al mercato, ai grandi gruppi imprenditoriali!

Ma a noi, ai pratesi, conviene mantenere questo tipo di mercato? No.

04/12/2013

Claudio Loiodice