Archive | dicembre 2014

Tortura e processo culturale

Tortura e processo culturale.

Trattare l’argomento “TORTURA” può esporre chiunque alla “gogna” mediatica, alla critica feroce di una o dell’altra parte. Chiariamo bene, sono ovviamente contrario alla tortura, ma ciò non mi obbliga a cacciare via dalla mia mente il concetto di TORTURA come pratica di guerra e di conflitto violento in generale, in quanto essa esiste ed è attuale.

Le società cosiddette avanzate o occidentali – bisognerebbe capire a occidente di chi – solo da meno di trent’anni hanno tentato di dotarsi di regole di contenimento, creando la “United Nations Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment”, entrata in azione nel 1987.

Peraltro, tra i paesi che non hanno ancora recepito le direttive internazionali, spicca l’Italia, che non ha ancora introdotto nel suo codice penale la fattispecie delittuosa autonoma del reato di tortura.

Come sempre accade le norme che servono a regolare la convivenza di una determinata società, in questo caso quella planetaria, per aver effetto senza pregiudicare una parte di essa, hanno bisogno di essere condivise e rispettate.

Non v’è dubbio che il c.d. occidente si trova svantaggiato nelle competizioni belliche moderne, durante le quali l’altra parte, non solo non ha minimamente intenzione di accettare determinate regole d’ingaggio, ma le ritiene incomprensibili vista la condizione socioculturale in cui è radicata.

Come ogni crimine anche la tortura va valutata come devianza, e come tale interpretata mediante elementi antropologici, culturali, sociali, storici e geografici.

In quasi tutti i paesi di concetto islamico la tortura non solo è praticata e tollerata, ma rientra tra le punizioni corporali inflitte al prigioniero secondo la legge del posto.

In molti stati con ordinamento teocratico mussulmano sono ammesse, anzi ordinate, punizioni, come le frustrate, il taglio della mano, la lapidazione e la crocifissione.

Bisogna dire che però l’utilizzo della tortura risale a ben prima della nascita dell’Islam e infatti, Gesù di Nazareth, fu crocifisso sotto l’impero romano.

Sarebbe facile parlare delle torture attribuite al drammatico periodo inquisitorio della chiesa di Roma.

Ottenere la confessione mediante l’utilizzo di metodi violenti è prassi consolidata che trova ancora riferimenti giuridici in alcune realtà statuarie.

Nel nostro Paese solo una cinquantina di anni fa era ancora praticata la tortura del “letto di contenzione”.

Consisteva nel legare il prigioniero su di un piano con gli atri in trazione; strumento utilizzato per “addomesticare” si diceva i violenti.

Il solo fatto che esistano dei veri e propri musei della tortura, come quello di San Marino, può farci pensare quanto sia vicino, non solo il periodo storico, ma soprattutto il lasso temporale, così breve da risultare a volte insufficiente a colmare la necessaria evoluzione culturale.

Tutti noi ci sforziamo di proclamarci contrari ad ogni forma di violenza, alla pena di morte e alla tortura, come sarebbe giusto che fosse, mentendo a noi stessi: per la maggior parte di noi non si è ancora compiuto il processo culturale, evolutivo, che ci renderà, forse un giorno, esseri non violenti, non crudeli, non avidi egoisti, un miraggio? No, una certezza, è solo questione di tempo, un tempo per ora lontano.

Tra le spie, anche quelle moderne, è idea comune, il desiderio di essere uccisi piuttosto che cadere in mani nemiche. La letteratura e la cinematografia ne è piena di casi che hanno appassionato ed appassionano lettori e cinefili.

Dopo il macabro 11 settembre, il mondo non è più stato lo stesso, c’è stato un giro di boa, uno spartiacque culturale, che ha costretto il mondo “occidentale” a regredire.

A parte le chiare responsabilità politiche e spesso criminali di una establishment affaristica americana, l’occidente è precipitata nel giro di pochi minuti nel baratro di una guerra tanto violenta quanto non convenzione.

Una guerra senza una prima linea, ovvero con migliaia di prime linee. Una guerra dove il nemico non è compiutamente identificato, con il rischio di creare un fronte ideologico religioso.

In una guerra così inconsueta, la prima dell’epoca globalizzata, tutte le regole saltano, semmai una guerra può aver rispetto delle regole.
Ci troviamo a confrontarci con un nemico apertamente non convenzionale, diabolico, privo di scrupoli, semmai i belligeranti hanno avuto mai scrupoli.

Purtroppo la controparte, così variegata, non solo non sa che cosa siano le regole, ma ritiene che pratiche come la tortura facciano parte della propria cultura, oltreché autorizzate per ritorsione, identificazione e specchio, dopo gli orrori di Abu Ghraib.

Come ho già detto, tutti noi siamo sempre e giustamente pronti a condannare atti di barbarie; sempre perché spettatori, ma posto che l’uomo ha indole violenta per natura, sono pronto a sostenere che pochissimi di noi, trovandosi in fase emotiva derivante da un torto immediatamente subito, si pensi ad esempio all’omicidio orrendo di un proprio caro, sarebbero in grado di non cedere alla vendetta sanguinaria.

O ancora meglio: chi non sarebbe tentato dal sottoporre a tortura un criminale che si ostinasse a non rilevare il nascondiglio di un bambino sequestrato e tenuto in cattività da mesi?

Devo confessare la mia debolezza: quando mi trovai difronte al basista del sequestro di Marco Fiora – lo beccammo come si dice “con le mani nella marmellata” ad una cabina telefonica subito dopo la telefonata estorsiva- fui veramente tentato da sottoporlo a tortura e se fosse dipeso solo da me credo l’avrei fatto.

Si chiamava Agazio Garzaniti ed ero costretto mio malgrado a trattarlo civilmente. La mattina, per più di un mese, lo andavo a prelevare dalle camere di sicurezza, si sedeva davanti a me e ai miei colleghi, la domanda era sempre la stessa: dove si trovava il bambino. La risposta sempre la stessa: “‘nindi sacciu”.

Il giorno proseguiva come sempre a filtrare le telefonate di 64 telefoni privati, anche quello del parroco della zona e di quasi tutte le cabine telefoniche di Torino.

La notte mi assaliva l’angoscia, avevo due figli quasi coetanei di Marco. Quando non venivo svegliato dagli agenti addetti all’intercettazione, mi svegliavano gli incubi, il sudore, il tremolio e persino il pianto. La rabbia di non poter far nulla mentre quel bambino soffriva, piangeva, ci pensavo costantemente, o solamente assecondare le decisioni dei rapitori, mi faceva impazzire. Eravamo costretti a consegnare i soldi che con Gianfranco Fiora, il padre di Marco, prelevavamo in Banca.

Ricordo tutti i particolari: le sedi della CRT, le macchina che avevamo e chi era alla guida.

Eppure avevamo catturato quell’essere ignobile e lo tenevamo rinchiuso in camera di sicurezza. Era lì a portata di mano, di pugno, di ….. tortura.

Io ricordo di lui tutto: il broncio, l’aspetto rude, le mani da muratore, le figlie che lo venivano a trovare, tutto, ma soprattutto il mio costante pensiero, che confessai al mio parroco e poi, dopo che Marco fu liberato, uno dei giorni più felici per me, confessai questi pensieri al mio amico, al mio maestro, Aldo Faraoni.

Garzaniti nel frattempo fu chiamato a rispondere prima che dalla giustizia degli uomini a quella Divina, morì in detenzione prima del processo.

Avevo comprato un piccolo martello, ricordo di 300 grammi.

Avevo da poco sostenuto l’esame di anatomia nel corso di medicina legale all’Istituto di Polizia a Nettuno e sapevo che il lo scheletro umano è composto da oltre 200 ossa, 27 delle quali in ogni mano.

Non ho paura di confessarlo, a distanza di 27 anni, ma avevo intenzione di frantumare le ossa del prigioniero cominciando dalle falangi, fino a quando non avesse indicato il luogo di reclusione del piccolo.

Avevo anche messo in conto una incriminazione e forse il carcere, ma non mi importava.

Ora so che quello era il frutto della mia depressione da stress acuto che fortunatamente superai grazie all’aiuto della famiglia, senza smettere di lavorare.

Ora, come ieri, coscientemente, filosoficamente e ideologicamente, aberro ogni forma di violenza, quindi anche di tortura, come sono fermamente contrario alla pena di morte, ma, ma, ma….

Come posso io non considerare la rabbia per quei tremila e passa morti innocenti delle torri gemelle?

Come posso non considerare l’apprensione di coloro che erano impegnati ad intercettare, a prevenire altri attentati e la loro frustrazione di sapere, o credere di sapere, che lì, in una cella ci poteva essere il loro Agazio Garzaniti?

No,la tortura non è una pratica civile, la tortura deve essere bandita da tutti i paesi, da tutte le realtà, questo costerà ancora sacrifici.

Ci costerà altri sgozzati, vittime dell’odio, del fanatismo del retrograde pensiero Jihadista, ma non dobbiamo regredire, no alla tortura, no alla violenza.

Senza dimenticare le giovani ragazze yazide, cristiane, curde, che per almeno tre volte al giorno vengono torturate sessualmente dai macellai wahabiti.

Gli USA hanno dato prova di democrazia, riconoscendo l’errore, quando sarà fatto questo dai regni teocratici?

Claudio Loiodice

Annunci