I caratteri – Teofrasto

Il recente drammatico evento di Nizza ha provocato una serie di reazioni e commenti, alcuni dei quali veramente ridicoli. Il criminale terrorista è stato addirittura in un primo momento indicato come un pazzo; il padre di questo bastardo, già segnalato per la sua vicinanza al radicalismo islamico, si è affrettato a dire che a suo figlio, sin dall’adolescenza, era stato diagnosticato un disturbo della personalità.

Persino le Autorità, che anche questa volta hanno dimostrato una preoccupante incompetenza, avevano cercato di attribuire il diabolico gesto ad un pazzo solitario, affetto da chissà quale morbo. Come si può pensare che alle dieci di sera un TIR possa consegnare gelati nel centro di una città come Nizza dove la circolazione di mezzi pesanti è sempre vietata? Un mio collaboratore locale e mussulmano ha raccolto delle informazioni, che non possiamo ovviamente controllare, secondo le quali il pluriassassino sarebbe stato un informatore della polizia e questa potrebbe essere la ragione del fatto che i poliziotti l’abbiamo lasciato passare.

Tornando ai disturbi della personalità, vorrei precisare che già nel III secolo a.C. Teofrasto, allievo di Aristotele, classificò gli ateniesi in 30 caratteri differenti. Molti secoli dopo, grazie anche agli studi teosfrastici, Overbury, e De La Bruyère e prima e successivamente in maniera scientifica Pinel agli albori del 1800, descrisse quelle che lui chiamava “manie sans dèlire”, ovvero quella condizione maniacale di esplosioni di rabbia senza i segni della malattia psicotica (deliri o allucinazioni).

Io e non credo di essere il solo a pensare che i criminali violenti siano solo dei “cattivi”, persone che potremmo inquadrare tra i soggetti pervasi dal disturbo antisociale di personalità (Cluster B). Questi elementi hanno l’attitudine a ignorare le regole e gli obblighi sociali, impulsivi e irresponsabili, ostili e violenti, a seguito dei danni che provocano agli altri non provano il sentimento di colpa, non si assumono la responsabilità e incolpano altri (tipico del delatore). Sono inclini all’abuso di alcool e di sostanze e non riescono a mantenere costanti le relazioni affettive.

Se lette attentamente queste caratteristiche sono riscontrabili in tutti gli attentatori che hanno insanguinato l’Europa e non si può dire che essi siano dei folli, sono solo ed esclusivamente dei “cattivi”; dobbiamo essere consapevoli che nell’uomo esiste la cattiveria, che è una condizione personale non molto rara.

Tutti i grandi criminali violenti e sanguinari sono dei “cattivi”, deviati; la devianza non è altro che il contrario della normalità, quella normalità così concepita ora e in questo luogo, ed ecco perché noi li chiamiamo “antisociali”, maniaci senza delirio, come affermava Pinel.

Per assurdo non esiste nessuna differenza di dinamica psicologica criminale tra chi spacca una vetrina e chi compie una strage, semmai la differenza sta nell’intensità e nella gravità dei danni provocati; entrambe le azioni sono frutto di un comportamento violento antisociale compiute da soggetti che per convenzione abbiamo schematizzato come “disturbati”, che possono anche essere prive di delirio.

Ora, chi provoca questi disturbi? Verrebbe da dire la società, che ovviamente non è perfetta e che ha le sue colpe; società alla quale gli stessi “cattivi” appartengono, e che non di rado ne sono ai vertici. La vera ragione sta invece nella natura stessa degli esseri umani, specie di sesso maschile, invasa da una significativa componente di cattiveria.

 

The Charachters – Theophrastus

The recent dramatic events occurred in Nice caused a series of reactions and comments, some of which are truly ridiculous. The criminal terrorist was even at first referred to as a lunatic; the father of this bastard, already known for its affiliation to Islamic radicalism, was quick to say that his son had been diagnosed with a personality disorder since the adolescence.
Even the Authorities, who once again showed a worrying lack of competence, tried to blame for this evil crime a lone demented man who suffered from some kind of disease. How could you possibly think that a truck can deliver ice cream in the center of a city like Nice at ten in the evening, where the circulation of heavy vehicles is always prohibited? My local collaborator and a Muslim gathered some practical information, which we obviously can not verify, according to which the mass murderer would be a Police informer, and this could explain why the Police let him pass.

Getting back to personality disorders, I would like to point out that as early as in the third century BC Theophrastus, a pupil of Aristotle, ranked the Athenians in 30 different characters. Many centuries later, also thanks to the studies of the work of Theophrastus, Overbury, and De La Bruyère and before and later in a scientific manner Pinel at the dawn of 1800, described what he called “manie sans dèlire”, or the manic state of anger outbursts without signs of psychotic illness (delusions or hallucinations).
I do not think I am the only one who believes that violent criminals are only “bad” people that we can classify amongst the subjects pervaded by antisocial personality disorder (Cluster B). These elements tend to ignore the rules and social obligations, they are impulsive and irresponsible, hostile and violent, they do not feel guilty for the damage they cause to others, they do not take their responsibility and blame others (this is typical of the traitor). They are keen on alcohol and drugs and fail to maintain constant emotional relationships.

If carefully analyzed, these features can be spotted in all the bombers that have bloodied Europe, and we can not say that they are insane, that they are exclusively “bad”; we must be aware that there is evil in man, which is a personal condition and it is not very rare.

All the great violent and bloodthirsty criminals are “bad”, diverted; deviance is nothing but the opposite of normality, and normality is conceived in this time and in this place, and that’s why we call them “anti-social”, maniacs without delirium, as Pinel stated.

Absurdly, there is no difference in the criminal psychological dynamics between someone who breaks a shop window and those who commit a massacre, if anything, the difference lies in the intensity and severity of the damage caused. Both actions are the result of a violent antisocial behavior carried out by people that by convention we classified as “disturbed”, who can also be free from delusion.

Now, who causes these disorders? One might say the society, which is obviously not perfect and has its faults. These same “bad people” belong to the society and they are often at the top of it. The real reason lies rather in the very nature of human beings, often the male ones, who are invaded by a significant component of badness.

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Il fuoco fatuo di una mafia perdente

La Sicilia brucia da Messina a Palermo, il parco delle Madonie è un rogo alimentato dallo scirocco che brucia case e distrugge la favolosa vegetazione.

La mafia, come un animale ferito, ruggisce e mette in pericolo la popolazione inerte; il suo tizzone mette in fuga le genti e colpisce indiscriminatamente chiunque. A farne le spese per prima i cinquanta bambini intossicati dal fumo e ricoverati in ospedale.

È la vile risposta dei vigliacchi che da secoli avvelenano la società siciliana e non solo; miseri codardi capaci di crudeltà atroci quando in branco, e di smidollate lacrime quando costretti a un angolo dalla forza dell’onesta.

Fuggono e disseminano devastazione durante la loro ritirata; comportamento codardo che trova pari solo tra le diaboliche débâcle naziste o tra le milizie serbe dopo la cacciata da Sarajevo.

Fuggono davanti al coraggio del cuore impavido di un Funzionario regionale capace di porre fine al business malvagio e predatorio nel Parco dei Nebrodi; scappano da codardi di fronte alla reazione energica ed eroica dei poliziotti di scorta.

Fuggono e distruggono secondo una logica ottusa, malvagia, retrograde, microcefalica del “mio o di nessuno”.

La stessa logica illogica che ha avvelenato la terra dei fuochi; ominicchi che bruciano e avvelenano la loro stessa terra madre.

Quel fuoco è la dimostrazione della loro codarda ritirata, della loro perduta o fortemente diminuita capacità di reazione stragista e omicida.

Finalmente la reazione dello Stato non si farà attendere e non si è fatta attendere; ora tocca a voi siciliani dare il colpo di grazia alla bestia inferocita e sterminatrice e noi saremo tutti con voi: denunciate e se necessario aggredite fisicamente chi continua ad avvelenare il fiume della vostra millenaria cultura, saggezza e nobiltà d’animo.

Cacciateli dalle vostre strade, isolateli, costringeteli a chinare il capo davanti al vessillo siculo.

Loro perderanno, è solo questione di tempo, come diceva Falcone.

 

The dying fire of a losing mafia

Sicily burns from Messina to Palermo, the Park of Madonie is a fire fueled by the sirocco, which burns houses and destroys the fabulous vegetation.

The mafia, like a wounded animal, roars and endangers the inert population; its firebrand scares away the people and affects everyone indiscriminately. The first victims were the fifty children poisoned by smoke and hospitalized.

It is the response of the vile cowards who for centuries poisoned Sicilian society and not only that; miserable cowards capable of atrocious cruelty when in packs, and spineless tears when forced to a corner by the honest force.

They flee and disseminate devastation during their retreat; a coward behavior that is matched only among the diabolical Nazi debacle or between the Serb militias after the expulsion from Sarajevo.

They flee from the fearless courage of the heart of a Regional Officer who closed down the wicked and predatory business in the Park of Nebrodi; they flee like cowards from the energetic and heroic reaction of the police escort.

They escape and destroy according to an absurd, evil, backward looking logic: it is either mine or nobody’s.

The same absurd logic illogical that poisoned the so-called “land of fires”; small men that burn and poison their own motherland.

That fire is the demonstration of their coward retreat; they lost or greatly diminished their ability of reacting with mass murders and murders.

Finally, the reaction from the State will not take long, and it did not take long. Now it’s up to you Sicilians to strike the final blow to the angry exterminator beast, we will all be with you: report to the Authorities and if necessary physically attack those who continue to poison the river of your ancient culture, wisdom and nobility.

Drive them out of your streets, let them be alone, force them to bow their heads to the Sicilian flag.

They will lose, it’s just a matter of time, as Falcone said.

 

 

E’ la fine del Capitalismo?

Convegno ANS –  09/06/2016 – Università La Sapienza, Roma

È la fine del capitalismo?

 

La domanda dalla quale nasce questa mia riflessione è: questo tipo di sistema economico-sociale che è il capitalismo è compatibile con l’ambiente?

Quando parliamo di ambiente tutti noi sappiamo che cosa vogliamo intendere; non solo la natura che ci circonda, bensì e principalmente, noi stessi, l’uomo; l’uomo in quanto animale sociale e socievole.

“Stiamo vivendo una fase di cambiamento” …. Quanta banalità in questa frase retorica che spesso si sente pronunciare.

Ovvio che stiamo vivendo un cambiamento; ogni nano-secondo il mondo cambia seppur in maniera a volte impercettibile, ma cambia significativamente. Ci sono dei periodi, come credo quello che stiamo vivendo, che hanno un significato molto più marcato. Epoche “di mezzo”, come le grandi trasformazioni sociali, la rivoluzione industriale e l’illuminismo, per citarne alcune tra le più recenti.

Il problema sta nella mancata percezione da parte di chi avrebbe, e non mi riferisco esclusivamente all’Italia, la responsabilità di governo delle società.

Citando Bauman: viviamo in una specie di interregno, sospesi tra il “non più” e il “non ancora”, un tempo in cui il passato non è ancora passato e il futuro è già il presente.

Paul Mason del The Guardian, l’anno scorso scrisse un interessante articolo i cui punti principali sono:

  • Il modo di gestire l’organizzazione del lavoro, valido fino al XX secolo, è oramai chiaramente terminato.
  • Stanno emergendo nuovi modi di lavorare.
  • Le nuove tecnologie facilitano ma contestualmente richiedono il cambiamento.
  • Il cambiamento va oltre la tecnologia.
  • La tecnologia ha contribuito a creare un nuovo sistema per gestire il mondo; ma il cambiamento richiede anche un cambiamento di mentalità per poter trarre pieno vantaggio della tecnologia.
  • Noi abbiamo sfumato i confini tra lavoro e tempo libero.
  • Molti di noi si aspettano ora che il lavoro possa offrire una opportunità di crescita umana autentica.
  • La transizione verso un’economia creativa è già iniziata; il futuro è già qui e come William Gibson ha osservato: è solo distribuito molto irregolarmente e i vecchi metodi possono richiedere molto tempo per scomparire.

Il capitalismo moderno può considerarsi sostenibile e quindi compatibile con le esigenze future?

Il profitto prima di tutto, per esempio: le coltivazioni di grano negli Stati Uniti e in Canada, vengono cosparse il giorno prima della mietitura con diserbanti ovviamente chimici; diserbanti che non hanno il compito di diserbare, bensì di rendere il grano più secco e privo di acqua, così da elevarne il valore, poco importa delle ripercussioni sull’ambiente e quindi sugli esseri viventi, questo solo nel nome del profitto.

Mi domando e vi domando, come abbiamo intenzione di affrontare le nuove sfide?

La sfida demografica innanzitutto, che vedrà la popolazione africana raddoppiare in soli 30 anni, raggiungendo un picco di popolazione pari a 2,5 miliardi, sui 9 miliardi complessivi, quindi il 30% circa.

Sono state le esigenze capitalistiche legate all’andamento del costo dei prodotti alimentari ad indurre i corrotti governi della striscia sub Sahariana a distruggere le coltivazioni in cambio di aiuti economici.

Ora ci troviamo a gestire flussi migratori provenienti da quelle aree rese invivibili dal massiccio e spregiudicato sfruttamento del territorio, dell’ambiente.

I conflitti bellici e gli stravolgimenti degli assetti geopolitici, culturali e religiosi, nati spesso, o meglio, mi correggo, esclusivamente per ragioni economiche, ci fanno paura e non sappiamo come risolverli.

L’esplosione delle nuove tecnologie che aumenteranno l’apporto della robotica e automazione nei processi produttivi.

Nei prossimi decenni perderemo 5,2 milioni di posti di lavoro e i robot sostituiranno il 50% della manodopera. Perderemo quindi i contributi previdenziali di milioni di lavoratori e questo a discapito dello stato sociale ma non del capitalismo.

Se calcoliamo che un robot può sostituire almeno due lavoratori, questo vuol dire che mentre i versamenti contributivi diminuiranno, il margine di ricavo delle aziende che impiegano la robotica a discapito della manovalanza crescerà in maniera esponenziale.

E’ questo il capitalismo che vogliamo? è questo lo stato sociale che desideriamo?

Sembra di sì, a giudicare almeno delle politiche sociali adottate da molti paesi europei e non: le politiche dei governi mirano alla costruzione di posti di lavoro e alla riduzione delle tasse alle imprese.

Giusto sarebbe se vi fosse una prospettiva diversa, ma data la matematica certezza della riduzione dei posti di lavoro, mi chiedo se non sarebbe meglio razionalizzare il lavoro riducendone l’orario; Francia e Belgio per adesso ad esempio stanno facendo il contrario, elevando l’orario di lavoro settimanale.

Ridurre la pressione fiscale sui redditi prodotti dalle risorse umane!

Io sinceramente, e parlo da imprenditore capitalista, trovo immorale l’affannosa rincorsa al profitto a qualsiasi costo.

La ricerca frenetica per l’accumulo del capitale credo sia invece una manovra che potrebbe solo sembrare vantaggiosa per le imprese; lo sarebbe, a limite, se le prospettive fossero a breve termine. Se invece considerassimo, come sarebbe intelligente fare, progetti a lungo termine, ci accorgeremmo che il mancato gettito fiscale e contributivo provocherebbe, e provoca, un collasso sociale che inevitabilmente colpirebbe l’intera struttura socioeconomica, persino gli imprenditori.

La popolazione mondiale aumenterà in maniera drasticamente esponenziale, mentre la necessità dell’uomo di utilizzare l’impiego diretto, fisico, diminuirà altrettanto esponenzialmente; se ne deduce che il lavoro così come è concepito e questo capitalismo così come ora viene concepito, collidono con una ragionevole programmazione delle strutture sociali future, o forse anche presenti.

Altro aspetto che dovremmo tener presente sarà la riprogrammazione del nostro tempo libero.

Una oculata gestione del tempo libero potrebbe da un lato a creare nuova occupazione, dall’altro a consentire l’accrescimento culturale di noi esseri umani.

Pensate se ad esempio un uomo dovesse trovarsi libero da impegni di lavoro per 10 o 15 ore in più alla settimana; quante cose potrebbe fare? ed è qui che le organizzazioni del lavoro dovranno trovarsi pronte. Cultura, arte, benessere, viaggi, alimentazione, cura del territorio, impegno sociale.

SOGNO UN MONDO FANTASTICO?

Purtroppo i segnali non sono affatto positivi: guardando ciò che accade attorno a me mentre viaggio mi rendo conto che l’uomo è veramente un masochista. Ho notato gente, in aereo, sui treni, persino mentre attraversa un semaforo a piedi, utilizzare delle App di intrattenimento, giochi, molto spesso d’azzardo.

Mentre li guardo mi viene in mente il destino degli indiani d’America, dei cocaleros o dei coltivatori di oppio del sud est asiatico.

Il capitalismo ha fornito loro uno strumento per annichilire la loro mente, le loro coscienze. Whisky per gli indiani e droga per i coltivatori andini o cambogiani.

Un po’ quello che sta accadendo con la diffusione dei videogiochi che inducono l’utilizzatore alla perdita di ogni capacità di reazione.

Concludo con una nota di ottimismo: sono fermamente convinto che se strategicamente ben gestite, le trasformazioni sociali possono rappresentare una nuova e più brillante epoca. Il risultato dipenderà anche dalla consistenza delle nostre idee, dall’apporto che questa importante comunità scientifica, la nostra, saprà dare alla politica, censurando quando necessario scelte e iniziative pericolose per uno sviluppo armonioso e sereno della società in cui viviamo e suggerendone delle positive.

Si può rendere più socialmente compatibile il capitalismo?

Spetta a noi dimostrarlo.

 

Claudio Loiodice

 

 ANS Associazione Nazionale Sociologi – Meeting – June 09 2016 – University La Sapienza, Rome

 

Is capitalism ending?

This is the question that arises from my reasoning: is this kind of economic and social system, that is, capitalism, compatible with the environment?
When we speak of environment we all know what we mean: not only the nature that surrounds us, but, and mainly, ourselves, man; man as a social and sociable animal.

“We are living through a time of change”…. this is so commonplace and yet we hear it often.

Of course, we are experiencing a change; every Nano-second the world is changing, even if it may be a subtle change, yet it does change significantly. There are times, as I believe the era we are living in now, that have a much deeper meaning. “Mid-way” eras, such as the great social transformations, the Industrial Revolution and the Enlightenment, as an example amongst the most recent.

The problem lies in the lack of understanding from those who would, and I am not referring exclusively to Italy, be responsible for the government of companies.

Quoting Bauman: we live in a sort of interregnum, suspended between the “no longer” and “not yet”, a time when the past is not the past and the future is already the present.
Last year Paul Mason of The Guardian wrote an interesting article whose main points are:

  • The way of handling the organization of work, which was valid until the twentieth century, is now clearly over.
  • New ways of working are emerging.
  • New technologies help but at the same time, they require the change.
    •The change goes beyond technology.
  • Technology helped creating a new system to manage the world; but the change also requires a change of mentality in order to take full advantage of the technology.
  • We blurred the boundaries between work and leisure.
    • Many of us now expect that the work can offer opportunities for actual human growth.
  • The transition towards a creative economy already begun; the future is already here and, as William Gibson observed, it’s just very unevenly distributed and the old methods may take a long time to disappear.

Can modern capitalism be considered sustainable and therefore compatible with future requirements?

Profit first of all, for example: wheat crops in the United States and in Canada are sprinkled on the day before the harvest with herbicides, which are chemicals of course. These herbicides do not have the task of weeding but they make the wheat dry and water-free, so that it will cost more, regardless of the impact on the environment and also on the livings; all this in the name of profit.

I wonder and I ask you, how are we going to face the new challenges?

The demographic challenge first, which will see the African population double in just 30 years, thus reaching a population peak of 2.5 billion on a total of 9 billion, then about 30%.

It was the capitalist demands related to the performance of the cost of food to induce the corrupt governments of Sub-Saharan strip to destroy crops in exchange for economic aid.

Now we have to manage migration flows from those areas that were made uninhabitable by the massive and unscrupulous exploitation of space, and of the environment.

Wars and upheavals of the geopolitical, cultural and religious assets, often, or rather, let me correct, solely born for economic reasons, frighten us and we do not know how to solve them.

The outbreak of new technologies that will increase the contribution of robotics and automation in production processes.

In the next decades, we will lose 5.2 million jobs and the robots will replace 50% of the workforce. We will then lose the social security contributions of millions of workers and this will be at the expense of the welfare state, not of capitalism.

Let’s assume that a robot can replace at least two workers, this means that while the contribution payments will decrease, the net income of the companies that employ robotics at the expense of manual laborers will grow exponentially.

Is this the capitalism that we want? Is this the welfare state that we wish for?

It seems so, at least from the social policies adopted by many European countries and not only by them: the government policies aim at the creation of jobs and at the reduction of the corporate income taxes.

It would be fair if there were a different perspective, but given the unquestionable certainty of the job cuts, I wonder if it would not be better to rationalize work, reducing the working hours. France and Belgium, for instance, are currently doing the opposite, increasing the weekly working hours.

Reduce the tax burden on income produced by human resources!

Personally, and I speak as a capitalist entrepreneur, I find the frantic race for profit at any cost immoral.

I believe that the frantic search for capital accumulation is rather a move that could only seem advantageous for businesses; it could be if the prospects were short-term. Instead, if we considered, as it would be smart to do, long-term projects, we would realize that the failure to tax and contribution revenues would cause, and causes, a social collapse that would inevitably affect the entire socio-economic structure, even business owners.

The world’s population will increase in a dramatically exponential way, while man’s need of using the direct physical use will decrease just as exponentially. We can deduce that the work as it is conceived and that capitalism as well as it is now conceived, collude with a reasonable planning of future, or perhaps even present, social structures.
Another aspect that we should keep into consideration is the reprogramming of our free time.
A careful management of leisure could both create new jobs, and, on the other hand, it could allow the cultural growth of us human beings.
Consider if, for example, a man should be free from work commitments for 10 or 15 extra hours a week; how many things could he do? This is where the labor organizations must be ready. Culture, art, wellness, travel, food, care of the land, social commitment.
I DREAM OF A WONDERFUL WORLD.
Unfortunately, the signs are not good: observing what happens around me as I travel I realize that humankind is really a masochist. I noticed people on the plane, on the train, even while crossing a traffic light, that use entertainment Apps, which are very often gabling games.
As I look at them I am reminded of the fate of the American Indians, the cocaleros, or the opium growers in Southeast Asia.
Capitalism gave them a tool to annihilate their minds, their consciences. Whisky for Indians and drugs for the Andean or Cambodian farmers.

It’s a bit like what is happening with the spread of video games that lead the user to the loss of any ability to react.
I would like to close up with an optimistic note: I firmly believe that social transformation, if strategically well managed, can represent a new and brighter era. The result will depend also on the consistency of our ideas, on the input that this important scientific community, our community, will give to policies, censoring when necessary dangerous choices and initiatives and suggesting positive choices for the harmonious and peaceful development of the society in which we live.
Can we make capitalism more socially acceptable?
It is up to us to prove it.

Claudio Loiodice

 

Il re di fiori

La resurrezione del Re di Fiori e l’accerchiamento dei Sauditi”

Circa un mese fa era stata pubblicata la notizia secondo la quale l’ex Generale Izzat Ibrahim al-Douri, soprannominato “il re di fiori” già braccio destro di Saddam Hussein, era rimasto ucciso in un’operazione delle forze di sicurezza irachene nella provincia nord-orientale di Diyala (a est di Bagdad, fino al confine iraniano).

L’Esercito Naqshbandi (Epa), creato dal “re di fiori”, espressione militare dell’omonimo ordine mistico islamico, è parte dei movimenti Sufi, al quale il generale appartiene.

Alcuni giorni fa il Generale è riapparso in un audio pubblicato su Youtube, datato 15 maggio, nel quale l’anziano comandante smentisce le voci della sua morte e traccia un quadro che, se fosse vero, sarebbe molto allarmante.

Ho chiesto a un mio collaboratore di lingua araba di tradurmi il “proclama”.

Al – Douri accusa apertamente l’Arabia Saudita di essere stata lei a creare l’IS e di continuare a sostenerlo, ammettendo che lui stesso continua ad appoggiare le idee del combattenti di Al-Baghdadi anche se esclude di farne parte, dichiarandosi autonomo.

Questa sua ultima dichiarazione contrasta però con i fatti che lo videro primo governatore di Mosul dopo la conquista della città da parte del sedicente Stato Islamico, oltre al fatto che nei primi giorni di combattimento, nei pressi di Bassora, suo figlio venne ucciso mentre combatteva appunto al fianco dei miliziani islamici.

https://www.youtube.com/watch?t=445&v=-NVPPWInDuI

Al – Douri avrebbe anche pubblicato sullo stesso canale una conversazione telefonica tra lui e Raghad Hussein, figlia di Saddam, rifugiata ad Amman e protetta dal Re Abdallah.

Anche questa è una palese contraddizione nel ginepraio delle relazioni mediorientali: Al-Douri, alleato dell’IS, parla cordialmente con Raghad, ospitata e protetta dal Regno di Giordania, nemico giurato, almeno apparentemente, dei tagliagola.

Il Generale sostiene che il suo obiettivo è quello di rifondare il partito Baath e anche questa è una contraddizione in termini, dato che la laicità del partito che era di Saddam è diametralmente opposta al radicalismo sunnita che ispira, almeno in apparenza, la feroce ideologia dell’IS.

L’ex braccio destro di Saddam, sfuggito per oltre dieci anni alla cattura, aveva trovato ospitalità e protezione proprio presso i clan Sauditi.

Gli americani avevano fissato una taglia su di lui indicandolo nel famoso mazzo di carte appunto come “Re di Fiori”

Come ho già scritto tempo fa, credo che l’IS in effetti sia un prodotto della politica miope dei sauditi, ai quali successivamente la situazione sarebbe scappata di mano.

L’intento dei sauditi di fatto combacia con quello che almeno all’inizio erano le strategie dei tagliagola: quella di annientare i governi della Siria e dell’Iraq saldamente in mano agli sciiti.

Confermato nel proclama di oggi di Al Baghdadi di voler “liberare” Bagdad e la roccaforte sciita di Karbala.

Quando Al- Baghdadi ha apertamente dichiarato di voler espandere il suo califfato in tutto il mondo islamico, per poi conquistare l’intero globo, ai vecchi e corrotti Principi arabi sarà venuta la febbre.

Nell’audio si sente la voce, attribuita dall’emittente panaraba Al Arabiya proprio al vecchio generale iracheno, che fa riferimento a fatti avvenuti nei giorni scorsi, escludendo che si possa quindi trattare di una vecchia registrazione.

Al Douri sostiene di aver catturato un alto ufficiale dei servizi segreti iraniani, il famigerato VEVAK Vezarat-e Ettela’at va Amniat-e Keshvar, e di averlo fatto “parlare”.

L’ufficiale sarebbe stato trovato in possesso di documenti che proverebbero le intenzioni dell’Iran di accerchiare su tutti i fronti l’Arabia Saudita.

Ed in effetti non pochi sono i problemi che i sauditi debbono affrontare per contrastare l’avanzata sciita nell’area, anche se a mio parere il pericolo peggiore è proprio l’avanzata dell’IS.

Infatti il vecchio generale, quasi in maniera profetica, annunciava che qualora la città di Ramadi fosse caduta nelle mani dei mujāhidīn sarebbe l’inizio della fine per la dinastia Al Saud.

In effetti è di questi giorni la conquista di Ramadi che si trova a soli 50 km da Falluja e a circa 150 km da Bagdad e da Karbala, ma strategicamente importante perché viaggiando verso sud, a meno di 300 km, tutti di deserto e senza significativi insediamenti militari, si trova il confine Saudita e la prima città, Arar, è a poco più di 400 km.

Tornando alle mire iraniane, non possiamo dimenticare che con diversi proclami le guide religiose sciite, gli Āyatollāh, hanno accusato la dinastia saudita “corrotta e indegna” di custodire i luoghi sacri dell’Islam come La Mecca e Medina.

Penso che lo scenario bellico e strategico nell’area stia portando all’isterismo le dinastie sunnite, che temono di essere in qualche modo abbandonate dagli USA a favore di accordi con l’Iran, tendenti a limitare l’avanzamento dell’IS verso la parte sciita dell’Iraq e soprattutto verso le coste siriane e libanesi del mediterraneo.

Credo comunque che questa convinzione sia in parte sbagliata, gli Stati Uniti non abbandoneranno mai i loro alleati del Golfo, anche se, in uno scenario più globale, non possono ignorare le posizioni della Russia, da sempre alleato dell’Iran ma soprattutto della Siria, avamposto nel mediterraneo della propria flotta navale.

L’errore comunque sta a monte, all’aver delegato a governi sciiti e alle truppe sciite filoiraniane di gestire la fase di transizione del dopo Saddam.

Come è accaduto a Mosul oggi è accaduto a Ramadi: la popolazione locale – sunnita- probabilmente stanca dei soprusi, si è schierata in parte con l’IS per scacciare le truppe sciite, ritenute truppe occupanti.

Dal canto loro gli sciiti hanno avuto poco interesse nel proteggere la popolazione sunnita, e quindi hanno preferito anche questa volta capitolare verso Bagdad, abbandonando vigliaccamente la città di Ramadi e le armi moderne che avevano appena ricevuto dagli americani.

Tortura e processo culturale

Tortura e processo culturale.

Trattare l’argomento “TORTURA” può esporre chiunque alla “gogna” mediatica, alla critica feroce di una o dell’altra parte. Chiariamo bene, sono ovviamente contrario alla tortura, ma ciò non mi obbliga a cacciare via dalla mia mente il concetto di TORTURA come pratica di guerra e di conflitto violento in generale, in quanto essa esiste ed è attuale.

Le società cosiddette avanzate o occidentali – bisognerebbe capire a occidente di chi – solo da meno di trent’anni hanno tentato di dotarsi di regole di contenimento, creando la “United Nations Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment”, entrata in azione nel 1987.

Peraltro, tra i paesi che non hanno ancora recepito le direttive internazionali, spicca l’Italia, che non ha ancora introdotto nel suo codice penale la fattispecie delittuosa autonoma del reato di tortura.

Come sempre accade le norme che servono a regolare la convivenza di una determinata società, in questo caso quella planetaria, per aver effetto senza pregiudicare una parte di essa, hanno bisogno di essere condivise e rispettate.

Non v’è dubbio che il c.d. occidente si trova svantaggiato nelle competizioni belliche moderne, durante le quali l’altra parte, non solo non ha minimamente intenzione di accettare determinate regole d’ingaggio, ma le ritiene incomprensibili vista la condizione socioculturale in cui è radicata.

Come ogni crimine anche la tortura va valutata come devianza, e come tale interpretata mediante elementi antropologici, culturali, sociali, storici e geografici.

In quasi tutti i paesi di concetto islamico la tortura non solo è praticata e tollerata, ma rientra tra le punizioni corporali inflitte al prigioniero secondo la legge del posto.

In molti stati con ordinamento teocratico mussulmano sono ammesse, anzi ordinate, punizioni, come le frustrate, il taglio della mano, la lapidazione e la crocifissione.

Bisogna dire che però l’utilizzo della tortura risale a ben prima della nascita dell’Islam e infatti, Gesù di Nazareth, fu crocifisso sotto l’impero romano.

Sarebbe facile parlare delle torture attribuite al drammatico periodo inquisitorio della chiesa di Roma.

Ottenere la confessione mediante l’utilizzo di metodi violenti è prassi consolidata che trova ancora riferimenti giuridici in alcune realtà statuarie.

Nel nostro Paese solo una cinquantina di anni fa era ancora praticata la tortura del “letto di contenzione”.

Consisteva nel legare il prigioniero su di un piano con gli atri in trazione; strumento utilizzato per “addomesticare” si diceva i violenti.

Il solo fatto che esistano dei veri e propri musei della tortura, come quello di San Marino, può farci pensare quanto sia vicino, non solo il periodo storico, ma soprattutto il lasso temporale, così breve da risultare a volte insufficiente a colmare la necessaria evoluzione culturale.

Tutti noi ci sforziamo di proclamarci contrari ad ogni forma di violenza, alla pena di morte e alla tortura, come sarebbe giusto che fosse, mentendo a noi stessi: per la maggior parte di noi non si è ancora compiuto il processo culturale, evolutivo, che ci renderà, forse un giorno, esseri non violenti, non crudeli, non avidi egoisti, un miraggio? No, una certezza, è solo questione di tempo, un tempo per ora lontano.

Tra le spie, anche quelle moderne, è idea comune, il desiderio di essere uccisi piuttosto che cadere in mani nemiche. La letteratura e la cinematografia ne è piena di casi che hanno appassionato ed appassionano lettori e cinefili.

Dopo il macabro 11 settembre, il mondo non è più stato lo stesso, c’è stato un giro di boa, uno spartiacque culturale, che ha costretto il mondo “occidentale” a regredire.

A parte le chiare responsabilità politiche e spesso criminali di una establishment affaristica americana, l’occidente è precipitata nel giro di pochi minuti nel baratro di una guerra tanto violenta quanto non convenzione.

Una guerra senza una prima linea, ovvero con migliaia di prime linee. Una guerra dove il nemico non è compiutamente identificato, con il rischio di creare un fronte ideologico religioso.

In una guerra così inconsueta, la prima dell’epoca globalizzata, tutte le regole saltano, semmai una guerra può aver rispetto delle regole.
Ci troviamo a confrontarci con un nemico apertamente non convenzionale, diabolico, privo di scrupoli, semmai i belligeranti hanno avuto mai scrupoli.

Purtroppo la controparte, così variegata, non solo non sa che cosa siano le regole, ma ritiene che pratiche come la tortura facciano parte della propria cultura, oltreché autorizzate per ritorsione, identificazione e specchio, dopo gli orrori di Abu Ghraib.

Come ho già detto, tutti noi siamo sempre e giustamente pronti a condannare atti di barbarie; sempre perché spettatori, ma posto che l’uomo ha indole violenta per natura, sono pronto a sostenere che pochissimi di noi, trovandosi in fase emotiva derivante da un torto immediatamente subito, si pensi ad esempio all’omicidio orrendo di un proprio caro, sarebbero in grado di non cedere alla vendetta sanguinaria.

O ancora meglio: chi non sarebbe tentato dal sottoporre a tortura un criminale che si ostinasse a non rilevare il nascondiglio di un bambino sequestrato e tenuto in cattività da mesi?

Devo confessare la mia debolezza: quando mi trovai difronte al basista del sequestro di Marco Fiora – lo beccammo come si dice “con le mani nella marmellata” ad una cabina telefonica subito dopo la telefonata estorsiva- fui veramente tentato da sottoporlo a tortura e se fosse dipeso solo da me credo l’avrei fatto.

Si chiamava Agazio Garzaniti ed ero costretto mio malgrado a trattarlo civilmente. La mattina, per più di un mese, lo andavo a prelevare dalle camere di sicurezza, si sedeva davanti a me e ai miei colleghi, la domanda era sempre la stessa: dove si trovava il bambino. La risposta sempre la stessa: “‘nindi sacciu”.

Il giorno proseguiva come sempre a filtrare le telefonate di 64 telefoni privati, anche quello del parroco della zona e di quasi tutte le cabine telefoniche di Torino.

La notte mi assaliva l’angoscia, avevo due figli quasi coetanei di Marco. Quando non venivo svegliato dagli agenti addetti all’intercettazione, mi svegliavano gli incubi, il sudore, il tremolio e persino il pianto. La rabbia di non poter far nulla mentre quel bambino soffriva, piangeva, ci pensavo costantemente, o solamente assecondare le decisioni dei rapitori, mi faceva impazzire. Eravamo costretti a consegnare i soldi che con Gianfranco Fiora, il padre di Marco, prelevavamo in Banca.

Ricordo tutti i particolari: le sedi della CRT, le macchina che avevamo e chi era alla guida.

Eppure avevamo catturato quell’essere ignobile e lo tenevamo rinchiuso in camera di sicurezza. Era lì a portata di mano, di pugno, di ….. tortura.

Io ricordo di lui tutto: il broncio, l’aspetto rude, le mani da muratore, le figlie che lo venivano a trovare, tutto, ma soprattutto il mio costante pensiero, che confessai al mio parroco e poi, dopo che Marco fu liberato, uno dei giorni più felici per me, confessai questi pensieri al mio amico, al mio maestro, Aldo Faraoni.

Garzaniti nel frattempo fu chiamato a rispondere prima che dalla giustizia degli uomini a quella Divina, morì in detenzione prima del processo.

Avevo comprato un piccolo martello, ricordo di 300 grammi.

Avevo da poco sostenuto l’esame di anatomia nel corso di medicina legale all’Istituto di Polizia a Nettuno e sapevo che il lo scheletro umano è composto da oltre 200 ossa, 27 delle quali in ogni mano.

Non ho paura di confessarlo, a distanza di 27 anni, ma avevo intenzione di frantumare le ossa del prigioniero cominciando dalle falangi, fino a quando non avesse indicato il luogo di reclusione del piccolo.

Avevo anche messo in conto una incriminazione e forse il carcere, ma non mi importava.

Ora so che quello era il frutto della mia depressione da stress acuto che fortunatamente superai grazie all’aiuto della famiglia, senza smettere di lavorare.

Ora, come ieri, coscientemente, filosoficamente e ideologicamente, aberro ogni forma di violenza, quindi anche di tortura, come sono fermamente contrario alla pena di morte, ma, ma, ma….

Come posso io non considerare la rabbia per quei tremila e passa morti innocenti delle torri gemelle?

Come posso non considerare l’apprensione di coloro che erano impegnati ad intercettare, a prevenire altri attentati e la loro frustrazione di sapere, o credere di sapere, che lì, in una cella ci poteva essere il loro Agazio Garzaniti?

No,la tortura non è una pratica civile, la tortura deve essere bandita da tutti i paesi, da tutte le realtà, questo costerà ancora sacrifici.

Ci costerà altri sgozzati, vittime dell’odio, del fanatismo del retrograde pensiero Jihadista, ma non dobbiamo regredire, no alla tortura, no alla violenza.

Senza dimenticare le giovani ragazze yazide, cristiane, curde, che per almeno tre volte al giorno vengono torturate sessualmente dai macellai wahabiti.

Gli USA hanno dato prova di democrazia, riconoscendo l’errore, quando sarà fatto questo dai regni teocratici?

Claudio Loiodice

#FreeGhoncheh

Il fratello di Ghavami ha dato un aggiornamento sullo stato di detenzione di questa giovane ragazza che ha solamente esercitato la libera cultura occidentale in un Paese dove né la cultura né la libertà, specie se esercitate dalle donne, è tollerata.
Le pressioni esercitate dalle autorità sul’avvocato difensore hanno prodotto unicamente un aggravio di spese a danno della famiglia.
Ghavami ha sospeso lo sciopero della fame ed è stata trasferita in una cella collettiva.
in questo momento, durante il quale l’occidente ha bisogno dell’aiuto dell’Iran e delle milizie sciite in Iraq, il problema non è stato nemmeno affrontato dalle diplomazie, ma questo è sbagliato: tutelare i valori culturali è forse più importante che tutelare le posizioni militari.

Forza, bella e giovane ragazza, la tua città, Londra, ti aspetta, il mondo ti aspetta e potrai rivedere tutte le partite di volley che vorrai.

Claudio

UPDATE Re: #FreeGhoncheh

Iman Ghavami
London, Regno Unito
18 nov 2014 — Dear supporters

Last time I wrote to you, I reported that my sister was sentenced to one year and yet the judge did not officiate the verdict; and that Ghoncheh went on hunger strike.

During this agonising time, the case was sent back to the attorney’s office for adding further charges. The rumour of possible charges tormented all of us. Ghoncheh was then transferred from solitary detention to a general ward in Qarchak prison. There, she broke her hunger strike after meeting my mum.

We were also shocked and baffled by our own lawyer, Mr Alizadeh Tabatabaee, who gave few incoherent, strange and contradictory interviews. We realised that the pressure of the case has impacted him. Last night my parents gave up on him and accepted his resignation.

But yesterday, my mum was relieved when the attorney told her there were no evidence for further charges. The Attorney showed good faith by following up on some of the serious misconducts committed in the case. This brings us hope for justice.

The case is now sent back to the Revolutionary Court. We are looking for a new lawyer and Ghoncheh, certain of her innocence, is awaiting a new chance to defend herself.

Thank you for supporting us this far.

Iman